giovedì 30 giugno 2011

Cicatrici: deadline!

Avete tempo fino alle 23.59 del giorno 30 giugno (toh, guarda, è oggi) per la consegna dei vostri sfregi e difetti. L'indirizzo è sempre lo stesso: marcomncrd chiocciola gmail punto com. Dai, dateci un taglio.

mercoledì 29 giugno 2011

Cicatrici: Hokuto No Ken

(Posizione)
Sul petto, ma ora non più.

(Cause)
Siamo alla fine del ventesimo secolo e il mondo intero è sconvolto dal progresso tecnologico in campo ciclistico.

Nei pedali, per esempio. Quando inizio a correre in bici, a sette anni, i piedi dobbiamo legarli col cinturino. E vuol dire che appena partiti, appena infilato il piede nei pedali, tutti ci abbassiamo con una mano per stringere la cordicella che ci aggancia inesorabilmente al nostro mezzo. Poi quando cadiamo, la bici, il più delle volte, ci rimane attaccata al culo. E non è bello. Quando smetto di correre, invece, a diciannove anni, i cinturini non esistono più perché ci sono i “look”: i piedi si agganciano al tacchetto che abbiamo sotto le scarpe e si staccano con una flessione della caviglia verso l'esterno; quando cadiamo, la bici si stacca di dosso e va per la sua strada, e almeno non ci aggrovigliamo. Un pensiero in meno per le mamme ai bordi delle strade durante le gare.
Poi ci sono i freni, per fare un altro esempio. Quando inizio a correre ho i fili dei freni che escono dalle leve del manubrio, vanno verso l'alto, arrivano ad altezza occhio, si incrociano ad arco e poi scendono per agganciarsi alla canna. E vuol dire che quando cadi devi stare attento a non infilarci le mani, che non si sa mai. Quando smetto di correre, invece, da grande, i fili dei freni passano di nascosto nella fasciatura del manubrio e s’inabissano nella tubatura della bici fino ad arrivare là dove devono fare il loro mestiere. Un altro pensiero in meno, a parte il corno nudo del freno che ti si può conficcare in pancia, ma non succede (quasi) mai.
E infine il cambio. All’inizio sono levette macchinose che muovi infilandoti una mano tra le gambe, alla fine sono asticelle sottili attaccate ai freni e le sposti con dei movimenti minimi delle dita. Il progresso, insomma.

Ma la conquista tecnologica più importante, almeno per noi che veniamo dalla bassa modenese dove l’afa è una cosa che ci vorrebbero le branchie, la conquista tecnologica più importante è: la cerniera sulla maglietta, ché quando abbiamo iniziato a correre avevamo quelle cernierine di tre centimetri che non servivano a niente, e invece adesso c'è la cerniera che arriva fino alla fine della maglietta, così quando fai allenamento da solo – in gara no perché bisogna essere sempre elegantissimi e seri di fronte ai giudici e alle altre squadre – te la puoi aprire quanto vuoi e farci passare un po’ d’aria mentre vai. Goduria suprema.

E quindi quel giorno infausto sto facendo l’allenamento rilassato del giovedì, quello dopo l’allenamento pesante del mercoledì quando ci portano con tutta la squadra a farci uscire l'anima in montagna. Ma oggi è giovedì e sono alla fine dei miei settanta chilometri sciolti, quasi arrivato a casa, è estate e c’è caldissimo, quindi a metà strada mi sono aperto la maglietta fino alla pancia e mi godo l’arietta che ci passa carezzevole e mi rinfresca. È circa a cinque chilometri da casa che sento qualcosa che mi punge sul pettorale destro. Poi sul sinistro. Poi ancora, ancora e ancora.

Smetto di pedalare e mi infilo una mano nella maglia: c’è un esserino peloso che sicuramente ha una paura del diavolo, poverello, ma intanto si difende come può e mi punge il petto continuamente.

Avevo sempre sentito dire che quando le api e le vespe ti pungono, lasciano il pungiglione nella puntura e muoiono, ma questa, che è un’ape o una vespa, si vede che non fa in tempo a conficcare bene la sua arma bianca nella carne e allora punge, punge e ancora punge. Finché non riesco ad afferrarla con la mano e a stritolarla col palmo, senza pietà, vaffanculo ape o vespa del cazzo. Sto ansimando.

Poi mi fermo. Stacco il piede destro e l’appoggio sull'asfalto. Mi sento strano e stacco anche il piede sinistro. Mi siedo sul bordo di un fosso perché sto iniziando a sudare e non sto per niente bene. Ho un po' di nausea.

Quando mi passa il giramento di testa, mi apro la maglietta e vedo sette bollini rossi e incandescenti.

(Conseguenze)
Per qualche mese non faccio altro che vantarmene in piscina con gli amici. Faccio i versolini di Kenshiro, prendo a pugni la gente e spesso ne prendo indietro il doppio. Così quando smetto di correre in bici mi iscrivo a karate e divento cintura nera.

Ma pian piano le cicatrici delle punture, che rimangono per molto tempo, chissà come mai, vengono riassorbite e spariscono. Ora quando lo racconto, quando racconto che un’ape o una vespa mi ha fatto le sette stelle di Hokuto sul petto, non ci crede nessuno. Forse nemmeno voi che leggete queste righe. Ma tant’è. Un giorno vi piazzo un calcio volante quando meno ve lo aspettate e vi faccio vedere io. UATTA'.

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Domani è la deadline per la consegna delle vostre cicatrici, se ne avete. Potete mandarle, entro e non oltre le 23:59 del 30 giugno, al solito indirizzo marcomncrd chiocciola gmail punto com. Siete ancora in tempo, dateci un taglio.

lunedì 27 giugno 2011

L’Adele è una roccia

L’Adele è una tipa arcigna, battagliera, capace di farsi rifare la casa perché un muratore le ha sbagliato di quattro millimetri la posizione della porta, capace di recidere un contratto telefonico per un centesimo non previsto sulla bolletta, capace di cose così. L’Adele è una roccia. Anche se è anziana, è una roccia.

L’Adele quando era giovane, avrà avuto vent’anni, era una prestigiatrice. Anzi no: l’Adele era la valletta di Antonio, il prestigiatore, il mago. Era quella che si faceva segare coricata nella cassa e muoveva i piedini della parte bassa del corpo tagliata a metà, era quella che pigliava dal pubblico i malcapitati per ipnotizzarli, poi entrava vestita nel baule e veniva infilzata con le spade e usciva, ta-dà, in mutandine e reggiseno e le gambe sottili in mostra, che nei primi anni cinquanta, quando l’Adele avrà avuto vent’anni, eran cose da spalancare la bocca dei presenti.

L’Adele ha cominciato a fare la valletta di Antonio quando sua sorella, l’Ada, che era stata valletta prima di lei, aveva deciso che preferiva la risaia e i campi di grano al continuo spostarsi della carovana. Ma all’Adele piaceva la vita del circo, e le piaceva Antonio, che però era molto più vecchio di lei e soprattutto era sposato.

C’era un’Italia sbrindellata, a quei tempi là, la guerra era appena finita, i muri erano rotti dalle bombe, l’asfalto sulle strade quasi niente, mangiare ce n’era poco, ma al circo, se andava bene, un po’ di più. E mentre l’Ada nel piatto aveva il riso della risaia e il pane del lavoro nei campi, l’Adele, ogni tanto, mangiava i fagioli e la salsiccia che, dice, come li cucinava la moglie di Antonio, nessuno.

Girava, l’Adele, e girovagava. La carovana si fermava e montava il tendone, e poi la sera, dopo i leoni e dopo i pagliacci, lei e Antonio avevano le luci dello spettacolo puntate sulla faccia, chilometri di fazzoletti colorati ripiegati nelle maniche della giacchetta, cilindri coi conigli, palloncini e colombe bianche, la cassa da tagliare in due e muovere i piedini nudi dell’altra metà, il pubblico da ipnotizzare, le spade per farsi trafiggere e, ta-dà, uscire in mutandine, reggiseno e le gambe giovani e sottili per le bocche spalancate dei presenti. Poi smontare, rimettersi in viaggio, girovagare, montare ancora e di nuovo le luci dello spettacolo negli occhi. Ha un milione di storie da raccontare ai nipoti, l’Adele, come di quella volta che hanno scoperto che al pagliaccio ci piacevano le bambine, erano in Sardegna e i sardi volevano ammazzarlo, e loro lo nascondevano, il pagliaccio, nella gabbia con l’elefante. Poi gli han detto Vai via, pagliaccio, che se non t’ammazzano i sardi, prima o poi la testa te la spacchiamo noi.

E intanto, mentre il circo era lì nel suo solito girovagare, un giorno di maggio, va a finire che la moglie di Antonio si ammala e muore.

Piangeva Antonio, suo marito. Piangeva l’Adele, la valletta. Piangeva tutto il circo perché le volevano un gran bene. Poi le han fatto un bel funerale, ché come faceva i fagioli e la salsiccia lei, la moglie di Antonio, nessuno.

E in quell'Italia sbrindellata dei primi anni cinquanta, anche se era molto più vecchio della sua valletta, ora che Antonio e la moglie morte li aveva separati, il mago, una sera d’estate, ha preso l’Adele per mano e le ha detto Ti amo. Si sono sposati in una chiesa del paese dove il circo era approdato. Da quel giorno, dice, gli spettacoli erano ancor più magici e colorati. E c’era l’amore nel sorriso della ragazzina che spuntava dal baule non trafitta dalle spade, ta-dà, in mutande, reggiseno e le gambe lucide e sottili sulla bocca spalancata dei presenti.

Per mesi e mesi l’Adele e Antonio hanno girovagato e si sono amati, dandosi la mano e un bacio al momento dell’inchino negli applausi.

Ma la vita, anche la vita era sbrindellata, e qualche anno dopo, non tanti, in verità, quando l’Adele ormai stava per diventare donna e non più ragazzina, il vecchio Antonio si ammala di un brutto male, l’Adele non dice quale, ma si capisce, un male supremo che prende la pancia e costringe il vecchio mago in posizione orizzontale sopra il letto della roulotte, morfina a litri due, tre volte al giorno, per giorni, per mesi. Mesi in cui il circo si sposta, girovaga, ma lo spettacolo dei prestigiatori è cancellato. Niente palloncini e colombe bianche che scompaiono, niente chilometri di fazzoletti colorati nelle maniche della giacchetta, c’è solo un vecchio mago morente sul letto di una carovana, che pian piano ha perso i sensi e la parola, con litri di morfina che non placano più il dolore, con la sua piccola moglie dalle gambe giovani e sottili lì al suo capezzale, dove gli asciuga il sudore.

Un giorno il circo arriva in una grossa città, una città importante, coi monumenti e tanto pubblico pagante. Allora il padrone del circo, col cappello altissimo e la divisa rossa dai bordi dorati, bussa alla roulotte di Antonio e chiama: Adele, Adele, scusa, te lo chiedo per favore, proveresti a far tu da sola lo spettacolo, stasera?

Oh, non lo so, gli risponde l’Adele, non son capace, sono solo la valletta. Dai Adele, la incita il padrone, è una serata importante, c’è pieno di gente, le alte cariche, i bambini, proviamoci ti prego. E l’Adele, che è una roccia, dopo dieci minuti di preghiere del padrone risponde che sì, ci prova, che deve solo dare la morfina a suo marito poi si prepara per uscire nell’arena, come sempre, dopo i leoni e dopo i pagliacci. Da sola, questa volta.

Il circo è davvero pieno, l’Adele ha le luci dello spettacolo sulla faccia, un semicerchio d’occhi addosso, i conigli nel cappello, chilometri di fazzoletti colorati che escono svolazzando dalle maniche della giacchetta, ipnotizza il pubblico, si fa tagliare in due dal padrone e muove i piedini nudi, si fa infilzare dalle spade dei pagliacci ed esce, ta-dà, in mutandine e reggiseno e le gambe giovani e sottili sulla bocca spalancata dei presenti.

Va meravigliosamente, l'Adele, gli applausi sono un fiume d’affetto e ammirazione, e mentre gioca con le colombe e le fa sparire e poi ricomparire, non lo direbbe nessuno che la sua bocca trema, e trema perché nei primi minuti dello spettacolo l’Adele aveva voltato la testa sulle prime file, e là, con la forza di volontà che fa sollevare le automobili alle mamme per salvare i figli intrappolati, con la potenza dell’amore che ti fa scavalcare il cancello alto due metri, là, in prima fila, sulla destra, seduto con una mano a pugno a sorreggere il mento c’era Antonio. Che rideva.

Ma l’Adele era una roccia. L’Adele ha concluso lo spettacolo, ha fatto un inchino e, quando ha alzato la testa con la bocca tremolante, ha visto Antonio alzarsi in piedi, barcollare verso l’uscita, andare via. Così dopo gli applausi è uscita dal circo, l'Adele, ha fatto una corsa a perdifiato e l’ha raggiunto, l’ha sorretto, l’ha portato alla roulotte e l’ha messo orizzontale sul letto. Poi si è messa lì a sedere.

Lui le ha preso una mano. Ha aperto gli occhi e con la voce troncata dallo stomaco attorcigliato, per la prima volta faccia a faccia dopo troppi mesi, le ha detto Adele, adesso che sai tutto quello che c’è da sapere, sono contento, amore mio, posso andare.

Poi la mano s’è afflosciata, il petto si è fermato. Antonio è morto sorridendo, nella calma dell’amore che compensa e supera anche l’ultimo dolore.



***

L’Adele è una tipa arcigna, battagliera, capace di farsi rifare la casa perché un muratore le ha sbagliato di quattro millimetri la posizione della porta, capace di recidere un contratto telefonico per un centesimo non previsto sulla bolletta, capace di cose così. L’Adele è una roccia. Anche se ora è anziana, è una roccia.

Ma quando l’altro giorno finisce di raccontarmi la sua storia, l’Adele, mia zia, appena alza la testa la vedo che ha lo sguardo bagnato e la bocca che un po' trema.

Non dura molto, qualche secondo, poi si riprende, gesticola e mi chiede se voglio conoscere il trucco del baule con le spade.

Questo però non posso raccontarvelo, le ho promesso che è un segreto.

Click.

domenica 26 giugno 2011

Cicatrici: In appendice

(Posizione)
Tipo quella del bagno: addome, in fondo a destra.

(Cause)
Dodici anni, al sabato sera si dorme dal babbo. Il lunedì se ci si sveglia si va a scuola. Se non ci si sveglia non lo si dice alla mamma. M’ero svegliata che sentivo una lama nella pancia ed ero caduta dal letto. Panico. Babbo, babbo, sto male. Mio padre arriva. Panico. Dai alzati, magari è un’indigestione. No, babbo, non mi alzo, non ci riesco. Allora cosa faccio? Chiama la mamma! Passa mezz’ora, la mamma arriva arrabbiata, pensa che sia una scusa per non andare a scuola ma poi capisce. Dottoressa. Mi porta dalla dottoressa che dice vai al pronto soccorso, non dire che siete passate di qua, è in peritonite acuta, vai subito. Vedi, mamma, io e il babbo non c’entriamo. Ricoverata subito.
Ho il letto in mezzo. Da una parte una signora rossa di capelli è intubata. Dall’altra c’è una vecchina piccolina, più bassa di me che sono bassa e lo ero ancora di più a dodici anni, che scorreggia sempre, mica solo di notte. Ogni tanto parla da sola, non capisco una parola perché ha l’accento meridionale. Mi fanno due punture al giorno dolorosissime e non posso mangiare. Mi nascondo sotto al letto ma le punture me le fanno lo stesso. La tizia di fianco un giorno sparisce, poi torna con un vasetto sul comodino con dei sassi dentro. Me li hanno tolti dalla pancia sai? Che schifo, penso.
Allora chiacchieravo con la vecchina, Assunta si chiamava, ci chiacchierava anche mio padre appena arrivava, e anche la mamma perché nessuno la veniva a trovare. Mai. Il giorno dell’operazione mi danno delle capsule e mi dicono mandale giù, solo che io non le so ingoiare le medicine, lo so. Dai non fare la difficile, me le infilano in gola e io le vomito sull’infermiera. Si arrabbia. Mi dice, allora mi tocca farti la puntura. Me ne hai fatte duemila di punture ormai, fammene un’altra e amen.
Poi ricordo solo che finalmente potevo mangiare la pastina in brodo, seduta al tavolino con l’Assuntina. Io sono uscita che in stanza c’era rimasta solo lei.

(Conseguenze)
Il taglio è lì, così banale che neanche te ne puoi vantare con gli amici. Ma un giorno, un mese circa dopo il ricovero, vedo la Gazzetta che nella pagina di Carpi titola “Dramma della solitudine: anziana sola si suicida dandosi fuoco”. Era l’Assuntina. S’era accesa la veste con un fiammifero, nell’atrio di casa.

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Avete ancora qualche giorno, fino alle 23:59 del 30 giugno, per mandare al solito indirizzo marcomncrd chiocciola gmail punto com (o a quell'altro, se volete: barabba26x1 chiocciola yahoo punto com) la descrizione dei vostri sfregi, se siete scrittori. Una poesia, se siete poeti. Un disegno, se siete disegnatori. Le foto, quelle è meglio di no. Dai, dateci un taglio.

venerdì 24 giugno 2011

C'eravamo quasi tutti, quella volta

Allo Zammù, il posto in cui leggiamo stasera, c'è Charlot che fa l'equilibrista sul soffitto. È a Bologna, in via Saragozza 32/A, è l'ultima serata della stagione, ci saremo un po' tutti, venite a salutarci, dai, c'è Charlot che fa l'equilibrista sul soffitto, e un contrabbasso al contrario, e Louis Armstrong.
Leggeremo delle cicatrici, tra le altre cose. Avete mandato la vostra, sì? Avete 6 giorni, dateci un taglio, ci vediamo stasera.

mercoledì 22 giugno 2011

Cicatrici: Mio fratello è figlio unico

(Posizione)
Sotto al mento, ma ho la barba e non si vede, ma io so che c'è e lo sa anche Lorenzo.

(Cause)
Sono figlio unico. Da quando non vivo più con i miei genitori - ormai saranno quattro anni - mia mamma fa un po' fatica a mandare giù questo fatto che non vivo più con loro, nonostante ormai siano quattro anni. Ultimamente mia mamma, che di mestiere fa la maestra d'asilo, due volte alla settimana fa la baby sitter a questo bambino, Lorenzo. Lorenzo ha dieci anni, gli occhiali, la frangia e una malattia degenerativa del sangue che lo costringe a stare spesso a casa da scuola: si ammala con una facilità disarmante, prende un sacco di medicine e ha già fatto più ore di ospedale di quante sia giusto sopportare. Gli piacciono le macchinine, i dinosauri e le uova di cioccolato. Lorenzo, mi ha detto una volta mia mamma, non avrà mai un'erezione in vita sua: durante uno dei suoi soggiorni in ospedale, per evitare ulteriori complicazioni, un dottore gli ha aperto due tagli nell'inguine e gli ha tolto quello che c'era da togliere. Lorenzo fa la pipì da seduto e ogni volta si gratta l'interno coscia come se volesse cancellare quelle cicatrici, come se fossero disegnate.
Come glielo spieghi a un bambino di dieci anni che la sua vita non sarà mai come quella degli altri? Come glielo spieghi a un bambino di dieci anni che forse non arriverà a compierne venti?
Non glielo spieghi.
Mia mamma, almeno, non gliel'ha spiegato.
Ogni volta che Lorenzo fa la pipì e cerca di grattarsi via dalle cosce uno dei segni più evidenti della sua diversità, mia mamma gli racconta la storia della mia cicatrice sotto al mento: Lorenzo, ti ricordi Simone? Mio figlio. Quello che una volta ha pianto perché a Pasqua gli ho regalato un ovetto di cioccolata più piccolo del tuo, ma lui ormai è grande, tu invece sei il mio bambino.
Lorenzo si tira su i pantaloni e fa sì con la testa: si ricorda di me, mi conosce, anche se non ci siamo mai visti: questa cosa di Simone che piange di gelosia perché il suo uovo di cioccolata è più piccolo lo fa ridere sempre.
Mia mamma allora se lo mette sulle ginocchia e gli racconta di quella volta, io avevo due anni, lei ventiquattro, e una mattina mi sono svegliato piangendo con il collo gonfio e rosso, Un collo come una mortadella, dice mia mamma, Simone piangeva e piangeva e sembrava che non riuscisse a respirare. Mia mamma impazzisce. Mio babbo è uno che non perde mai la calma: carica moglie e figlio sull'Alfa Sud e li porta in ospedale. Dottore, mio figlio ha qualcosa che non va. Il pediatra mi tocca il collo e ci trova una ciste. Niente di troppo grave: mi ricoverano d'urgenza, mi aprono un taglietto sotto al mento, me la tolgono, ci mettono un cerotto a forma di farfalla, mi danno un ghiacciolo perché sono stato bravo. Il giorno dopo sono di nuovo a casa a giocare con le macchinine.
Simone non si è mai lamentato della sua cicatrice, dice a quel punto mia mamma.
Lorenzo tira l'acqua e fa sì con la testa: questo fatto che il figlio della sua dada abbia una cicatrice come la sua, per lui, è una specie di consolazione.
Siamo uguali io e Simone, dada?
Sì, dice mia mamma. Siete uguali: siete tutti e due i miei bambini. Ma tu un po' di più.

(Conseguenze)
Ogni tanto sono geloso di un bambino di dieci anni, ma quelli sono problemi miei. Ogni tanto mia mamma fa questi transfert e trasforma Lorenzo nel nipote che non le ho ancora dato, ma quelli sono problemi suoi. Ogni tanto Lorenzo, quando fa la pipì, non si gratta, perché ha capito che le cicatrici sono una cosa normale, ce le hanno tutti, e lui non è diverso dagli altri bambini, e questo è merito della sua dada, mia mamma, ciao mamma, salutami il mio fratellino.


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Voi avete ancora una settimana e un giorno, fino alle 23:59 del 30 giugno, per mandare al solito indirizzo marcomncrd chiocciola gmail punto com (o a quell'altro, se volete: barabba26x1 chiocciola yahoo punto com) la descrizione dei vostri sfregi, se siete scrittori. Una poesia, se siete poeti. Un disegno, se siete disegnatori. Le foto, quelle è meglio di no. Dateci un taglio.

mercoledì 15 giugno 2011

Un'intervista

Qui. C'è anche scritto:
"Il 18 giugno i due carpigiani, insieme a un gruppo di amici (alcuni dei quali conosciuti in rete), parteciperanno alla "settimana italiana" che si svolgerà nel 13mo arrondissement di Parigi, proponendo letture accompagnate da musica dal vivo."
A Novi di Modena, il mio natìo borgo selvaggio, mi han fatto un sacco di storie perché mi sono spacciato per carpigiano. Ma ho la residenza, per amore, da qualche anno.

Comunque è vero, andiamo a Parigi. Partiamo domani sera. Torniamo martedì. Chiedici se siamo contenti.

A tavola con Tiziano Fiorveluti: Gran finale di rubrica con le Friselle Fiorveluti

Comprate delle friselle pugliesi al supermarket. In genere stanno dove c'è il pane confezionato, inteso come quello fresco ma confezionato. Altrimenti chiedete a un addetto del supermercato "Mi scusi, sa dove sono le friselle?". Se vi risponde "Vada verso Bologna poi prenda la A14" ditemi il supermercato dove andate che ci voglio venire anche io.

Bagnate le friselle nell'acqua. Ammollatele un pochino a vostro gusto, oppure spaccatevi i denti mangiandole così. Una volta bagnate, le mettete come base del piatto e potete farcirle a vostro piacere. Ecco alcuni suggerimenti:

Uno
Oliate la frisella. Tritate olive, cipolla bianca, cipolla rossa, carote, sedano. Tutto a crudo. Aggiungete abbondante olio d'oliva sulle friselle e poi stendete la crudaglia, aggiungendo pepe e sale.

Due
Oliate la frisella per bene, poi prendete pomodorini secchi, mozzarella di bufala, qualche foglia di basilico. Un filo di maionese, se volete bestemmiare in chiesa (ma con gusto). Un po' d'olio crudo.

Tre
Oliate la frisella. Capperi, alici, prezzemolo tritato, aglio. Olio crudo.

Quattro
Oliate la frisella. Prosciutto cotto a dadini, rosmarino, cipolla rossa, emmental a scaglie abbondantissimo.

Cinque
Imburrate la frisella. Friggete uova e pancetta e poi piazzatele sopra la frisella. Ancora burro. Sale e pepe.

Sei
Imburrate la frisella per bene. Salmone, curry.

Sette
Prendete del macinato di maiale, saltatelo in padella con cipolla, sedano, carote e due foglie di alloro. Sbollentate dei pomodori, togliete la pelle e tagliate grossolanamente. Mettete sopra a una frisella oliata prima il ragù e poi il pomodoro. Olio e peperoncino sopra.

Otto
Su una frisella oliata per bene, mettete funghi trifolati, fettine di prosciutto crudo e qualche fetta di scamorza. Scaldate in forno già caldissimo per 30 secondi e basta.

Nove
Su frisella oliata, del fegato saltato in padella con cipolla. Aggiungete spicchi di mela cotta. Burro fuso sopra.

Dieci
Grattate la frisella con l'aglio, aggiungete olio di oliva purissimo e un poco di rosmarino. Poi tritate l'aglio e mettetelo sopra.

Grazie a tutti.

martedì 14 giugno 2011

Cicatrici: Giro giro tonfo

(Posizione)
Parte sinistra del cranio, perpendicolare rispetto alla sutura coronale (cercate su Wikipedia, come ho fatto io).

(Cause)
In un circolo ricreativo nei dintorni di Carpi, a undici anni, ci stavamo rincorrendo intorno al bigliardino nella sala dei videogiochi. Il circolo però era in piena espansione e, mentre in quattro ci rincorrevamo, lungo le pareti c'erano arnesi da muratura. Non ricordo bene chi ci stava andando attorno, eravamo un bel gruppetto di mocciosi, ma da allora io dei biondicci castani con le polo Lacoste bianche non mi fido proprio. Qualcuno grida Attenti! Io intravedo l'ombra di qualcosa di altissimo che per forza d'inerzia cala giù. Faccio appena in tempo a ruotare la testa mentre cerco di coprirmi con le mani. Non sento il rumore del colpo. Buio. L'immagine dopo sono io che mi rialzo da terra, la bimba che inseguivo che grida e io che non sento la sua voce. Poi mi metto le mani sulla testa, le tolgo e le guardo: sono piene di sangue rosso chiaro. Esco dalla stanza, supero la sala gialla dei sempiterni giocatori di briscola (scommetto che se ci torno oggi li ritrovo ancora lì) e per fortuna trovo subito mio nonno che sta bevendo un bianchino al bancone.
Mio nonno Vittorio è un cacciatore e un cacciatore sa benissimo cosa fare in certi momenti. Con una prontezza inflessibile chiede ghiaccio al barista, mi dice di metterlo in testa e di tenere premuto. Comincio a stare meglio ma ho ancora la ferita che pulsa. Mi fa sdraiare sui sedili posteriori della macchina. Per fortuna è un viaggio breve: l'ospedale dista pochi minuti. Al pronto soccorso mi ricuciscono subito. Non so se per la botta o l'anestesia, ma non sento niente. Sedici punti. Più due sul setto nasale e tre sotto la guancia sinistra da precedenti vicissitudini, fa comunque troppo poco per la Mucca Carolina, la sveglia a forma di mucca che il chirurgo mi aveva promesso nel caso raggiungessi quota venticinque.

(Conseguenze)
La convinzione latente di non essere proprio più una persona normale. E un disgusto acquisito per i ghiaccioli alla menta, che son sicuro, dallo sbrego in testa mi sono entrati in circolo.

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Orsù, avete ancora fino a fine mese, 30 giugno, per narrare le vostre abrasioni, contusioni, scivolamenti, contrizioni, sfregamenti, lacerazioni, ottundimenti, colpi e maledizioni. Insomma: dateci un taglio!

lunedì 13 giugno 2011

Trucchi della borghesia (23)

Il tè freddo alla pesca.

Il buon Angelo M.

Quando il buon Angelo M. entrò nella vecchia costruzione, che forse, un tempo, era stata una fabbrica, di preciso non si capiva, forse di bambole, la cosa che più lo lasciò interdetto, lui, che del suo bigottismo aveva fatto una bandiera, erano quei graffiti blasfemi. Lui li odiava, i writers. Ecco la cupidigia, pensò.

E la fabbrica, se era stata fabbrica, di preciso non si capiva, era vuota come lo è un alveare che muore, senza l'ape regina. Le api non volano come nelle arnie viventi. Nelle arnie viventi ci sono gli operai, nelle arnie morenti i writers. L'apicoltore non sente né lo stesso odore, né lo stesso suono. A un batter di nocche sulla parete dell'arnia malata, invece della subitanea, concorde risposta di prima, del ronzio di decine di migliaia di api, che inarcano minacciosamente l'addome e con un rapido battito d'ali producono un suono aereo e vitale, ode dei mormorii dispersi che echeggiano sordamente nei vari angoli dell'arnia vuota. Dalla portella non esala più come prima una fragranza spiritosa di miele e di propoli, non si effonde il tepore della plenitudine, ma con l'odore del miele si confonde un sentore di vuoto e di putrido. Da essa emana un odore di morte. L'apicoltore apre il foro superiore e osserva il sommo dell'alveare. Tutto è trascurato e insozzato. Le api nere saccheggiatrici vanno e vengono rapide insieme a calabroni, pecchioni, tarme della cera. Così l'apicoltore chiude il foro dell'arnia malata, la segna col gesso e, colto il momento, la rompe e la brucia.

Perché al buon Angelo M. venisse in mente un tale ragionamento, di preciso non si capiva. Si capiva solo come lui, che del suo bigottismo aveva fatto una bandiera, odiasse profondamente i writers e la loro cupidigia. Tornato a casa, ancora ricoperto dal lezzo della putredine della vecchia fabbrica di bambole, se era stata una fabbrica di bambole, si fece apicoltore e scrisse stizzito una lettera alla Gazzetta locale. La firmò “Angelo M.”. Diceva così:

“Papa Benedetto giustamente ha indicato nella cupidigia la radice di tutti i mali. I writers sono l'icona perfetta della cupidigia. Vogliono invadere tutto e lasciare il loro segno ovunque. Ultimamente, per potere avere spazi da colonizzare, si appellano ai buoni sentimenti e addirittura alla difesa dell'ambiente ('combattiamo il degrado', 'coloriamo la città grigia'). Ma questi sono solo pretesti ipocriti per giustificare la loro sete di invadenza, esibizionismo e controllo del territorio. Un esempio eclatante di come la cupidigia possa rovinare il mondo e corrompere tutto. Anche e soprattutto i ragionamenti.”

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Questo pezzo l'ho scritto per gli Spazi Indecisi. Loro, gli Spazi indecisi, mi avevano inviato tre foto di un posto abbandonato senza dirmi che cosa fosse. Nelle foto, oltre alle immagini di una fabbrica abbandonata pittata dai writers, c'era un bambolotto smembrato e io mi sono immaginato una fabbrica di bambole. Solo che ieri, durante i Cicli Indecisi, ho scoperto che si trattava dell'ex Zuccherificio Eridania, e così, quando m'han chiesto di leggere il mio pezzo ad alta voce, in mezzo a trecento persone, davanti all'ex zuccherificio, ecco, io, mentre leggevo, invece di "bambole" ho detto "zucchero". Non so perché, ma ogni tanto sono un po' un imbelle, son fatto così.
Poi va anche detto che questo pezzo è sostanzialmente un montaggio: la parte delle arnie, delle api e dell'apicoltore è di Tolstoj, nel terzo libro di Guerra e pace, ho trascritto un pezzettino dell'effetto che fa Mosca a Napoleone quando questi ci arriva davanti e i russi si son ritirati; anche la lettera di Angelo M., l'ha scritta davvero un certo Angelo M. a un giornale, l'han pubblicata sull'Accalappicani numero cinque e io l'ho presa pari pari. Ora mi rendo conto che la spiegazione del pezzo sia diventata quasi più lunga del pezzo stesso, ma certe cose bisognava dirle, altrimenti non ero tranquillo. Perché ogni tanto, cosa volete che vi dica?, ogni tanto sono un po' un imbelle. Son fatto così.

sabato 11 giugno 2011

Trucchi della borghesia (22)

Il "piuttosto che" disgiuntivo. (La forma corretta è avversativa, del tipo, per fare un esempio: vai a votare piuttosto che non andarci).

venerdì 10 giugno 2011

Le cose

Forse lo sapete già, siamo sulla copertina di VOCE, che dalle nostre parti è tipo il TIME, nelle edicole di Carpi e limitrofi. Tra l'altro questa cosa, di finire nelle edicole di Carpi e limitrofi, l'avevamo già pensata nel novembre del 2006, quand'è nato Barabba. Poi è andata come andata, negli anni. Sembra bene, ultimamente. La VOCE costa un euro e cinquanta e a Novi di Modena non la trovate più perché mia nonna ne ha comprate cinque copie nell'unica edicola del paese. Però dalla prossima settimana mettono online la nostra intervista che sta a pagina tredici.

Stasera siamo in Piazza Garibaldi, a Carpi, dove proviamo a leggere delle cose un po' improvvisate (tipo Spinoza, Finzioni e magari Jack London, poi vediamo) durante la chisura della campagna referendaria del Comitato per il Sì. Perché poi si va a votare, lo sapete, sì?

Sabato andiamo a Forlì a fare le Schegge di Liberazione al Recircolo, c'è scritto tutto qui. Se volete venire a leggere con noi, diteci qualcosa o palesatevi al Recircolo un po' prima delle ventuno.

Domenica siamo sempre a Forlì e giriamo con le bici dei Cicli indecisi a leggere nei posti abbandonati sotto la guida degli Spazi indecisi. Poi torniamo a casa e andiamo a votare, entro le ventidue.

Lunedì, comunque, volendo, c'è ancora tempo per votare, fino alle quindici.

giovedì 9 giugno 2011

Doposcolari

No, prof, la tabellina del nove no.
Non è difficile la tabellina del nove, anzi. Lo conosci il trucco della tabellina del nove? La somma dei numeri è sempre nove: 1+8, 2+7, 3+6... aggiungi uno al primo, togli uno al secondo, e così via.
Ah.
Eh.

Irina non viene più al doposcuola. Sua madre mi ha chiamato dicendomi che tanto la bocciano, tanto non è fatta per studiare, tanto al massimo farà la badante come lei, “se non vuole usare la testa userà le mani”, dice. Da quando non è più iscritta passa tutti i giorni a trovarci. Le dispiace, e si vede, anche perché aveva trovato una nuova amica in Giulia, l’ultima arrivata. Se la intendevano bene insieme, ne combinavano di tutti i colori. Si chiudevano in bagno a truccarsi, si arrampicavano sugli alberi facendomi trasalire a ogni ramo. Erano diventate amiche nonostante la differenza d’età, forse proprio grazie alla differenza d’età. Irina ha quindici anni e fa la seconda media; Giulia ne ha nove e fa la quarta elementare. Si sedevano l’una di fianco all’altra e facevano gli stessi compiti. Gli esercizi di alfabetizzazione di Irina erano simili a quelli di grammatica di Giulia e si copiavano a vicenda. Arrivavo alle due e mezza e loro erano già lì a pocciarsi il diario o a disegnare vampiri. Poco dopo entrava Sabrina con lo zaino e la borsa del basket. Si sedeva di fronte a loro e disponeva in ordine quaderni, libri e astuccio. Poi, come al solito, cominciava a raccontarmi le evoluzioni della sua storia con Federico: “vedi, io ieri gli avevo mandato questo messaggio, e lui non mi ha risposto. Cosa devo fare?”. Irina e Giulia la ascoltavano senza il minimo coinvolgimento. Mentre Sabrina parlava, loro le guardavano il diario. “Chi è Justin Bieber? Ma tu ami Justin Bieber o Federico?”
“Justin Bieber è uno sfigato” sentenziava Andrea a capo chino e pennarello in mano, immerso a miniare la G di Guns’n’Roses sulla cartellina da disegno.

Lasciavo che per la prima mezzora circa parlassero tra loro, o con me, riguardo alla scuola in generale o ai loro problemi – di scuola, d’amicizia, di cuore - in particolare. Li ascoltavo e ricordavo quanto i loro fossero gli anni più difficili in assoluto nella vita di una persona. Se ripenso a me a dodici anni mi viene l’angoscia. Tutti ad aspettarsi qualcosa da te, i genitori, i professori, gli amici, e tu che vorresti te lo dicessero loro, gli altri, cosa sei, chi sei, con un apprezzamento, un voto, un messaggio sul telefono.
La prof aveva spostato Irina in banco da sola e lei era arrivata al doposcuola piangendo e stracciando i compiti. “Basta, io non faccio più niente. Torno in Moldova”. Mi dispiace, Irina, ma non puoi tornare in Moldova. Non sei tu che decidi. “Allora non faccio più i compiti, non faccio più niente”. “Così ti bocciano e te li fanno rifare daccapo”. Il non poter prendere decisioni è frustrante e loro convivono ogni giorno con questa frustrazione. Per come la metti, Irina, sei fregata ugualmente. La guerra tra alunno e insegnante è persa in partenza. Io ci vado anche, a parlare con i professori, durante l’orario di ricevimento: “Guardi io le provo tutte ma... Guardi qui la verifica, legga le domande, mi dica lei cosa devo fare, io meno di così non posso pretendere... ce ne sono venticinque e lei vuole sempre essere al centro dell’attenzione, non è possibile...”. Io annuisco, fingo di capire, a volte capisco davvero. Ma soprattutto li invidio. Invidia pura e semplice. Sì, sono quelli i problemi, già, è il tuo lavoro, il tuo mestiere, la tua professione. La puoi pure chiamare professione. È un eufemismo chiamarlo lavoro, il mio.

Finiti i compiti sono liberi di decidere cosa fare durante l’ora successiva, prima che li vengano a prendere per andare a casa. Da ‘operatrice’ dovrei coinvolgerli in un qualche ‘laboratorio creativo’. Credo anche di averci provato, a volte, ma con scarsi risultati. In fondo hanno ragione, non ne possono più di fare o non fare quello che dicono gli adulti, e un’ora libera in una giornata programmata da mattino a sera è un lusso che non tutti i loro coetanei possono permettersi. In estate li porto al parco qua a fianco, in inverno hanno una palestra e uno stereo per sfogarsi. Spesso, però, preferiscono rimanere lì a chiacchierare, di qualsiasi cosa: cosa faranno la domenica pomeriggio o quale film sono andati a vedere al cinema, Giulia spesso ci fa vedere un balletto nuovo imparato al corso di hip hop. Io sto lì e li guardo, li ascolto, dico la mia. Non chiedono molto altro. I genitori, quando arrivano, vogliono sapere se si comportano bene e se hanno fatto tutti i compiti. Il resto conta poco. Il padre di Chiara è indeciso se portarla o no al doposcuola perché “c’è quella ragazza che ride sempre, la distrae mentre fa i compiti”. Però vede, signore, Chiara è venuta un solo pomeriggio, non è sempre così. Poi qui imparano anche a stare insieme, a socializzare con ragazzi di altre classi, altre scuole. “Non pago una retta perché si faccia degli amici. Deve recuperare storia e scienze e non ripetere l’anno”. Ma sì, certo, ho controllato i compiti, l’ho interrogata anche, mi sembra abbia capito. “Vedremo”. Eh, già. Loro vedranno se vale la pena o no portarli qui, e valuteranno il mio operato dalla loro pagella. Come diceva la psicologa del corso di formazione? L’efficacia e la soddisfazione possono essere viste come la risultante del rapporto tra le risorse che abbiamo a disposizione e i compiti da affrontare. Tutto sta nel suddividere gli obiettivi in micro-obiettivi... Sì, vabbè. Tutto sta nell’essere promossi o bocciati. Purtroppo. Sabri ce la farà, eccome se ce la farà, ha alzato la media in tutte le materie, anche in matematica. Teme solo la chiusura del doposcuola. “Perché se me le spieghi tu le cose le capisco e se me le spiega la prof no?”. “Forse, Sabri, dai solo più retta a me che alla prof”. “Può darsi. Ma, scusa, perché non fai tu la prof?”. Eh. Perché? Non posso, Sabri. Non sono mica io che decido.

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Questo è il mio contributo all'ebook Voci di corridoio uscito ieri, potete scaricarlo qui nel formato che vi pare. Grazie a Peppe Liberti e allo scorfano.

mercoledì 8 giugno 2011

Voci di corridoio: un ebook

Oggi è uscito un ebook sulla scuola, si chiama Voci di corridoio ed è frutto del sudore della fronte del nostro fisico di riferimento, Peppe Liberti, che ogni tanto insegna. È un ebook che non c'entra con Barabba Edizioni, ma dentro ci sono dei barabbisti, tipo leonardo e grushenka, che di solito insegnano. Poi ci sono anche due o tre pezzi miei, e faccio un po' la figura del Pierino, visto che son dei pezzi di repertorio (che trovate già su Barabba, me è un periodo un po' così) e soprattutto, personalmente, non ho mai avuto niente da insegnare a nessuno.

Insomma, Voci di corridoio pare proprio una bella cosa e potete scaricarlo a gratis qui, in epub o pdf, a piacer vostro. Ringraziamo esageratamente l'infaticabile fisico di riferimento Peppe Liberti e il suo sodale nell'impresa tale lo scorfano. Prendete e leggetene tutti.

Cicatrici: Salame

(Posizione)
Pollice destro, in punta.

(Cause)
In ogni casa emiliana che si voglia definire tale, ci devono essere un prosciutto crudo con l'osso e un'affettatrice. In ogni casa emiliana che si rispetti, un ragazzino, già in tenera età, si sa fare i panini da solo. E quindi avrete capito, dalla posizione e dall'affettatrice, che un giorno ero lì che mi facevo un panino, al pomeriggio, per merenda, e a un certo punto mi son detto Veh che strano, che le fette di prosciutto si stanno colorando di rosso.

Poi ho realizzato il dramma e ho tolto la mano dalla lama che girava velocissima. Ho messo il dito sotto l'acqua e ancora non sentivo niente. È quando me lo son guardato, il pollice, che ha iniziato a pulsare e io ad avere le traveggole. Ho chiamato la mamma, siamo andati al pronto soccorso, il taglio era precisissimo, dalla punta fino a metà dell'unghia. Il dottore diceva che avevo sfiorato l'osso della falange per qualche decimo di millimetro, forse meno, avevo avuto un gran culo.

Niente punti, invece. Non ci stavano, lì, sul cucuzzolo del pollice destro. E non è che ci sia proprio una cicatrice, in quella punta del dito lì mi mancano le impronte digitali.

(Conseguenze)
Poi è stato mio nonno, quando son tornato a casa dal pronto soccorso, che mi ha guardato ridendo e ha detto Toh, invece del prosciutto crudo hai tagliato il salame. Che da noi, salame, è un modo simpatico per dirti che sei poco furbo.

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Avete ancora tre settimane abbondanti, fino al 30 giugno, per mandare al solito indirizzo marcomncrd chiocciola gmail punto com (o a quell'altro, se volete: barabba26x1 chiocciola yahoo punto com) la descrizione dei vostri sfregi, se siete scrittori. Una poesia, se siete poeti. Un disegno, se siete disegnatori. Le foto, quelle è meglio di no. C'è solo una regola: dividete il racconto in tre parti: Posizione/Cause/Conseguenze. Insomma, facciamo un altro ebook, dateci un taglio.

lunedì 6 giugno 2011

Trucchi della borghesia (21)

La panna montata. (non in sé e per sé ma in rapporto al gelato e quindi alla taccagneria del gelataio)

venerdì 3 giugno 2011

Di come siamo andati, di nuovo, da zero a 150 in due ore

Ieri sera, al Mattatoio di Carpi, visto che era il compleanno della Repubblica Italiana, abbiamo inscenato, per la seconda volta, l'evoluzione culturale del nostro misero stivale a mollo in mezzo al Mediterraneo. Come l'altra volta, il patriota Klaus Augenthaler ci ha accompagnati con una selezione musicale nazionale e popolare, mentre il visionario DemonLater proiettava e missava amplessi onirici tra Pasolini e la Fenech, alle nostre spalle. Sotto la guida illuminata della regia duliniza abbiamo letto:
  • Michela Savio (miguella) e Luca Zirondoli (carlo dulinizo): due decaloghi incrociati da "2010.com_andamenti" a cura di Michele di Mauro e Caterina Fossati.
  • Caterina Imbeni (grushenka): "Il paese dei bugiardi" da "Filastrocche in cielo e in terra" di Gianni Rodari.
  • Simone Marchetti (Chettimar): "Camicie rosse camicie nere" di Andrea Reboldi (Meanthebay) da "Schegge di Liberazione".
  • Elena Marinelli (osvaldo): di come L'italiano di Toto Cutugno sarebbe un inno migliore di quello scritto da Goffredo Mameli, noto represso sessuale, da "Storia della Russia e dell'Italia - romanzo storico epistolare" di Paolo Nori e Marco Raffaini.
  • Simone Marchetti (Chettimar): "Repertorio di cosa si trova oggi in edicola" da "L'Accalappiacani" n.1.
  • Caterina Imbeni (grushenka): dell'ambigua intercambiabilità tra le parole immunità e impunità, da "Prima persona" di Giuseppe Pontiggia.
  • Marco Manicardi (Many): "La Bionda e il nemico".
  • Elena Marinelli (osvaldo): "Dignità. Tre soggettive" di Simone Marchetti (Chettimar) da "Schegge di Liberazione".
  • Luca Zirondoli (carlo dulinizo): "Storie dei soprannomi" da "L'Accalappiacani" n.1.
  • Marco Manicardi (Many) e Caterina Imbeni (grushenka): "Celere alla Celere" da "Spinoza. Una risata vi disseppellirà" a cura di Stefano Andreoli e Alessandro Bonino.
  • Federico Fioresi: poesie e prose di Pierpaolo Pasolini ("Io sono una forza del passato", "Coloro che non ci appartengono più", "Il romanzo delle stragi", "Alla mia nazione").
Faremo probabilmente una cosa simile anche il 10 giugno, in Piazza Martiri, sempre a Carpi, durante l'adunata pubblica del Comitato per il Sì al referendum. Perché poi andiamo a votare. Sì.

giovedì 2 giugno 2011

Galline

Per la rubrica
Meraviglie dalla campagna
la storia delle mie galline.
Però non è qua.
È qua.

mercoledì 1 giugno 2011

Cicatrici: Dateci un taglio

Questa volta non abbiamo nemmeno dovuto lanciare un grido di chiamata alle armi. Questa volta è bastato pubblicare un paio di cicatrici sul blog, un po' per caso, perché la casella di posta si riempisse delle disavventure altrui. E allora, secondo voi cosa facciamo? Facciamo un ebook. Un altro? Ma sì, dai.

Diciamo che fino al 30 giugno 2011 avete tempo per mandare al solito indirizzo marcomncrd chiocciola gmail punto com (o a quell'altro, se volete: barabba26x1 chiocciola yahoo punto com) la descrizione dei vostri sfregi, se siete scrittori. Una poesia, se siete poeti. Un disegno, se siete disegnatori. Le foto, quelle è meglio di no, a meno che non siate particolarmente ispirati. C'è solo una regola: dividete il racconto, come si vede nelle cicatrici già pubblicate su Barabba, in tre parti: Posizione/Cause/Conseguenze (ma come tutte le regole del mondo, anche questa è violabilissima).

Insomma, e infine, per tener fede alla Regola Squonkiana – portate pazienza – che c’impone di inventare un tormentone: dateci un taglio.

Cicatrici: Star bene e sentirsi in forma

[riceviamo e pubblichiamo la cicatrice di Peppe Liberti, fisico di riferimento]

(Posizione)
Sopracciglio destro, vicino alla tempia.

(Cause)
Volevo essere un saltatore, facevo di tutto per dimostrarlo e una sera innaffiata dal vino ci provai ancora. Il cancello che mi si para di fronte ha l’altezza giusta, prendo la rincorsa, poggio la mano sul metallo umido, salto, perdo la presa, cado.

(Conseguenze)
Mi risveglio steso a terra circondato da gente che mi dà per morto. Non sono morto, penso io, mi sono appena svegliato, che ci fate tutti qua nella mia stanza? Ma il mio letto è l’asfalto, mi sollevano, mi portano in ospedale, ché il taglio al sopracciglio destro fa impressione. Mi sistemano come possono, come lo consento, niente ago, niente filo, please. Il giorno dopo mi sveglio davvero, un mostro per metà viola con una ferita che non si può nascondere. Mi faccio coraggio, vado a lezione lo stesso ed è lì, in Università, che incontro il professore di Biofisica. Si ferma, mi guarda bene, studia ogni poro del mio viso e dichiara: “L’ho sempre detto che devi smetterla di andare alle manifestazioni, lo sapevo che prima o poi sarebbe finita così”. Io restituisco lo sguardo e sorrido, non dico nulla, mi diverte che lo pensi, che mi regali una bella cicatrice da battaglia.

Ma io volevo essere un saltatore e ne porto ancora il segno, una striscia senza peli sopra l’occhio destro. In quegli anni c’era una canzone che cominciava così: “Volevo essere un tuffatore. Con l'altezza sotto il naso e il gonfio del costume”. Mi piaceva parecchio quella canzone. Pure Nino Castelnuovo, per dire.

di Peppe Liberti